LE INTERVISTE DI KAUFMAN:

LEONARDO RIZZI

Continuano le conversazioni di Kaufman con i suoi docenti.

Ecco Leonardo Rizzi, docente del Corso di sceneggiatura per il lungometraggio: un viaggio nella scrittura cinematografica attraversando i paesaggi più significativi della Puglia: location storiche, naturalistiche, community di innovazione culturale e sociale.

Come nasce il tuo amore per la scrittura cinematografica?

«È successo in qualche punto non meglio precisato dei miei sedici anni, quando, leggendo e rileggendo i dialoghi di Woody Allen, François Truffaut, Ingmar Bergman e Billy Wilder, sentivo che il loro mondo, in qualche modo, mi comprendeva e mi accettava. Con il tempo ho scoperto che nella scrittura cinematografica i dialoghi sono la punta dell’iceberg. Nella scrittura si può scoprire cosa ci rende umani e perché facciamo tutto quello che facciamo, i misfatti più meschini, le azioni più coraggiose. In questo ampio intervallo, ci siamo noi. La bellezza della buona scrittura per il cinema è rendere tutto questo con la sintesi di un haiku, facendoci percepire un intero universo originale, pieno di bellezza, meraviglia e orrore, proprio davanti ai nostri occhi».

Cos’è, allora, la sceneggiatura di un film?

«È il disegno del film, il progetto dell’edificio che si vuole costruire, con tutte le descrizioni delle scene a cui assisteremo e l’elenco dei dialoghi che ascolteremo. Questo però lascia pensare che la sceneggiatura sia un documento molto scarno e gelido. È tutto il contrario: è la definizione del territorio emotivo che si andrà ad esplorare, la scoperta dei personaggi e di quello che li muove, la visione del mondo che sarà ritratto sullo schermo».

Come si impara tutto questo?

«Si impara scrivendo e riscrivendo, affrontando un’avventura che all’inizio non ci si aspetta.
Si impara riconoscendo le cose per come sono e non per come le si vorrebbero vedere.
Si impara non accontentandosi delle mezze risposte o delle ambiguità, ma solo delle conseguenze estreme del proprio racconto.
Si impara esercitando compassione e scoprire le buone ragioni degli altri.
Si impara entrando in comunicazione con quello che sarà il nostro pubblico.
Si impara essendo fedeli alla verità che si percepisce e mantenendo le proprie promesse.
Si impara facendo domande e cercando continuamente le risposte.

Durante il nostro percorso insieme, impareremo a fare tutte le domande che ci servono».

Passiamo al tuo film preferito e alla tua sceneggiatura preferita… Quali sono e perché?

«Soltanto uno? Crudeli. Va bene. Il mio film preferito, almeno per il tempo necessario a rispondere a questa domanda, è 2001: Odissea nello spazio. Mai come in quelle due ore e mezza si esplora il mistero di chi siamo davvero, il nostro ruolo nel cosmo. Mai il nostro grande viaggio è stato tanto mitico nella storia del cinema. La mia sceneggiatura preferita invece è un ex aequo. La prima è quella de L’appartamento di Billy Wilder e Izzy Diamond, dove la perfezione formale si miscela a un senso di amore profondo per il mondo e le sue meschinità e i suoi slanci eroici, straordinari e inaspettati. Il mondo de L’appartamento mostra davvero che la grazia esiste. La seconda è sicuramente Amadeus di Peter Shaffer. È l’opposto de L’appartamento, capace com’è di far sentire la passione e al tempo stesso frustrazione di Salieri davanti alla voce di Dio espressa tramite Mozart. Questo materiale rischioso si risolve con leggerezza, intelligenza, senso del dramma e del mito. Indimenticabile».

Quali saranno, invece, le sceneggiature del futuro, e, dunque, che cinema sarà quello del futuro?

«Le previsioni sono tanto difficili. Facciamo che valgono solo per l’anno a venire? Italo Calvino era stato profetico con le sue Lezioni americane: sta aumentando la complessità delle storie a cui assistiamo. La cosa positiva è che il pubblico risponde positivamente. I film stanno riuscendo sempre di più a raccontare un mondo intero in due ore: percorsi significativi nella nostra vita, antiche verità complesse, mondi visionari estremi o, viceversa, talmente piccoli da essere sconosciuti, periodi temporali ampissimi, grandi numeri di personaggi. La sintesi cinematografica sta crescendo, così come si sta alzando l’asticella di quello che ci aspettiamo. Gli autori più bravi di tutto il mondo se ne sono accorti e si è avviato un dialogo affascinante con il pubblico. Sono ottimista: anche nelle storie rutilanti e spettacolari del cinema mainstream, gli autori stanno cercando una profondità e una verità che non sia saziare gli spettatori con calorie poco nutrienti. Sono coscienti che mai come in questo momento storico le storie sono importanti. Per comprendere, per accettare, per risanare».