LE INTERVISTE DI KAUFMAN:

GIUSEPPE PALUMBO

Prosegue il nostro dialogo con i docenti Kaufman: questa volta l’incontro è con Giuseppe Palumbo che, al MAT – Laboratorio Urbano di Terlizzi, assieme a Sebastiano Vilella condurrà il corso dedicato al fumetto a fine agosto.

Quando è nata la tua passione per il fumetto e quando e come è diventata (anche) un lavoro?

«La mia passione per il fumetto è un evento generazionale: nasce con me e io, come tantissimi miei coetanei, l’abbiamo coltivata in forme diverse, con più o meno passione. Io, come tanti altri, ispirati da grandi maestri del linguaggio, ne abbiamo sperimentato il lato creativo, non solo quello legato all’ambito dell’intrattenimento e della lettura. Da lettori abbiamo varcato il confine e abbiamo provato noi stessi a usarlo quel linguaggio per dare una forma alle nostre narrazioni. Solo molto dopo, questo esperimento è diventato una professione. La fase di passaggio è stata costellata di partecipazioni a concorsi, di invii postali alle amate redazioni, di viaggi esplorativi a fiere e studi professionali. Ricordo la prima selezione al concorso per nuovi autori di Prato, la prima pubblicazione su Totem nell’ambito del concorso indetto dalla rivista, l’infruttuosa gita a Lucca nel 1984, il viaggio che mi portò prima a Roma da Cinzia Ghigliano e poi a Bologna da Luigi Bernardi, nella redazione di Orient Express… Poi arriva la fine del 1985 e inizia con il 1986 la mia corsa di autore, ancora non interrotta. In quegli anni, proprio con Sebastiano Vilella condividevo quello start».

Quali sono i tuoi fumetti preferiti?

«Quelli che riescono a stupirmi per lo meno, se non a emozionarmi… A parte i maestri che mi hanno formato, Magnus e l’avventura italiana, Moebius e Métal Hurlant, Pazienza e i maestri frigoriferi, Lee e Kirby e la suola superomistica anni 60/70, Alberto Breccia e la scuola argentina, cerco di seguire gli autori che proseguono una ricerca sul linguaggio, Chris Ware e Jim Woodring per esempio; o i giapponesi Maruo e Kago… Ma l’elenco sarebbe lungo e mi fermo».

La parte più dura e quella più bella del tuo lavoro?

«Magnus diceva “Non bisogna mollare mai!”: alludeva alla precisione del dettaglio mantenuta con coerenza e costanza per tavole e tavole, nonostante la scadenza di consegna incombente. Questa è la parte più dura, ma non vedi che c’è bellezza anche in questo? Se non mi piacesse davvero così tanto fare quello che faccio, avrei smesso di farlo da tempo. La parte più bella in assoluto? Quando senti l’idea che sguscia fuori, il guizzo che illumina tutta la fatica fatta e da fare».

Qual è l’unicità del fumetto, la sua forza?

«La sua fondamentale essenzialità che riesce ad avvincere il lettore in un vincolo emotivo formidabile. Responsabile di ciò, in massima parte è quello spazio bianco tra una vignetta e l’altra, tra una pagina e la l’altra, quell’assenza, quel vuoto che tocca al lettore colmare diventando di fatto co-autore di quanto sta leggendo».

Come si diventa autori di fumetti? Come si impara e come si insegna a esserlo?

«Lo si diventa con curiosità, dedizione, pazienza, attenzione, costanza, moltissimo lavoro. Lo si impara coltivando queste attitudini con caparbietà. Lo si insegna applicandole tutte mentre si insegna: se tu per primo non dimostri la tua passione e curiosità, dedizione, pazienza, attenzione, costanza e soprattutto se non mostri – tu per primo – come e quanto lavori, non riuscirai mai a creare un nuovo autore; per parafrasare Hokusai, un autore non ancora matto per il fumetto ma sulla via per esserlo».