LE INTERVISTE DI KAUFMAN:

FRANCESCA SERAFINI

Prosegue il nostro dialogo con i docenti Kaufman: questa volta l’incontro è con Francesca Serafini che, alle Officine culturali di Bitonto, dal 16 al 18 novembre, condurrà il corso dedicato alla sceneggiatura di serie TV.

Cosa significa scrivere qualcosa che verrà tradotto in immagini in movimento?

«Dal punto di vista di una spettatrice appassionata – quale sono, prima di ogni altra cosa – scrivere con la consapevolezza del percorso che faranno poi le mie sceneggiature rappresenta soprattutto il privilegio di vedere qualcosa in assoluta anteprima (qualcosa, naturalmente, che spero sempre prima o poi possa vedere qualcun altro). E questo perché, se scrivi per il cinema o per la tv, quello che poi tracci sulla pagina lo devi comunque “vedere” in movimento nella testa mentre si crea, altrimenti poi la carta non parla e la sua “traduzione” sul set sarà difficile o impossibile, nei termini in cui uno sceneggiatore si aspetta di ritrovarne il sapore nel prodotto finito (questo può succedere in ogni caso, se non c’è sintonia con gli altri reparti, trattandosi sempre e comunque di un’opera collettiva). Poi, da sceneggiatrice, trovo inebriante la prospettiva che le mie parole possano arrivare a un certo punto a risuonare nella voce degli attori, a muoversi coi loro corpi. Che le didascalie si possano trasformare in scenografie e costumi. E che ogni tassello di una fantasia privata e personale possa diventare terreno d’incontro per l’immaginazione di altri – ognuno con le proprie competenze – insieme ai quali si può trasformare in qualcosa di reale».

E quali sono gli strumenti che occorrono allo sceneggiatore?

«Lo sceneggiatore – come ogni scrittore: come ogni artista, mi verrebbe da dire – deve essere prima di ogni altra cosa un osservatore curioso della realtà. Tutti gli ambienti che frequentiamo mentre viviamo, le persone che incontriamo, i libri che leggiamo, i film che vediamo, offrono continui spunti che poi naturalmente devono essere lavorati con la tecnica. Le tecniche ci sono e si possono imparare, ma vanno rese invisibili allo spettatore. L’officina di uno scrittore deve essere laboriosa e nascosta, altrimenti non svolgerebbe appieno il suo ruolo. Chi indosserebbe un abito a cui non è stato tolto il filo da imbastitura?».

E cosa, invece, non deve mai mancare?

 

«Dei personaggi affascinanti. Possiamo immaginare la storia più avvincente, la struttura più rivoluzionaria o il tema più significativo, ma senza uno o più protagonisti che ci forniscano la chiave d’ingresso in quell’universo narrativo nessuna emozione sarà possibile. E alla fine, se seguiamo una storia per tante puntate (o la scriviamo), lo facciamo solo e sempre in cerca di emozioni».

Quali sono le tue serie preferite, quelle che ritieni scritte alla perfezione?

 

«Ho una passione particolare per le serie inglesi. Penso ad autori come Abi Morgan, Chris Lang, Sally Wainwright, Howard Overman, solo per fare qualche esempio. Ammiro la loro capacità di approfondire i personaggi e poi la densità dei loro dialoghi, che invece risuonano semplici e asciutti. Vorrei fermarmi qui, perché se indico le mie serie preferite – ce ne sono molte e non necessariamente inglesi – si capisce che è passato un po’ di tempo da quando sono rimasta folgorata l’ultima volta».

Un’ultima domanda, forse crudele, alla spettatrice: cinema o serie tv?

«Non ho preferenze pregiudiziali tra i due diversi formati. La mia domanda è sempre la stessa: di quale film o di quale serie parliamo? Quello che cerco è una forma in grado di emozionarmi. Un po’ di bellezza, insomma».